Perché non sento Dio vicino?
Quando il silenzio diventa un luogo di maturità spirituale
Molti credenti, prima o poi, si pongono una domanda che fa male: perché non sento Dio vicino?
La preghiera continua, la fede non è stata abbandonata, eppure qualcosa sembra mancare. Il silenzio prende il posto delle consolazioni, e ciò che prima dava sicurezza ora appare vuoto.
Spesso questo silenzio viene vissuto come un segnale negativo. Si pensa di aver sbagliato qualcosa, di essersi allontanati da Dio, o di non avere più una fede autentica. In realtà, la tradizione spirituale insegna qualcosa di diverso: il silenzio di Dio può essere una fase di maturazione, non di perdita.
All’inizio del cammino spirituale, la fede è spesso sostenuta da emozioni, entusiasmi, percezioni interiori. Questo è normale e necessario. Ma col tempo, se la fede deve diventare adulta, queste consolazioni possono diminuire. Non perché Dio si allontani, ma perché l’anima viene chiamata a non dipendere più dal “sentire”.
La notte dell’anima non è un castigo. È un passaggio.
In essa cadono molte immagini di Dio costruite su bisogni emotivi. L’anima non riceve più risposte immediate, non sente più una presenza rassicurante, e proprio per questo è costretta a scegliere: fuggire o restare.
Restare nel silenzio non significa rassegnarsi. Significa accettare che la fede non è sempre esperienza sensibile, ma fedeltà. Una fedeltà che non ha appoggi, ma che non si ritira. In questa fase, l’anima non diventa più forte nel senso umano del termine, ma più vera.
Il silenzio di Dio, vissuto così, smette di essere vuoto. Diventa spazio.
Spazio in cui cadono le pretese, le spiegazioni facili, le immagini rassicuranti. Spazio in cui la fede smette di essere possesso e diventa affidamento.
Molti credenti abbandonano proprio in questa fase, convinti che la fede sia finita. In realtà, è spesso qui che inizia una fede più matura: sobria, silenziosa, libera. Una fede che non ha bisogno di sentire per restare.
Non sentire Dio vicino non significa che Dio sia assente.
Può significare che la relazione sta cambiando forma. Come accade in ogni relazione profonda, anche qui l’intensità emotiva lascia spazio a una presenza più discreta, ma più stabile.
La domanda iniziale non viene cancellata. Non sempre trova una risposta chiara. Ma smette di dominare l’anima. Viene attraversata. E in questo attraversamento, lo sguardo cambia.
Forse Dio non è meno vicino.
Forse siamo noi che stiamo imparando a credere senza appoggi.
E questa, spesso, è una grazia più grande di qualsiasi consolazione.
Angelo Freda
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