Quando la fede non consola, ma resta
Ci sono momenti nella vita in cui la fede sembra non mantenere le promesse che, forse ingenuamente, le avevamo attribuito. Non consola, non risolve, non illumina. Rimane. E proprio questo restare, silenzioso e quasi ostinato, può diventare il suo dono più vero.
Siamo spesso tentati di pensare la fede come una risposta immediata: un sollievo al dolore, una spiegazione al mistero, una luce che dissolve ogni ombra. Ma chi vive davvero il cammino interiore sa che non è così. La fede autentica non elimina la fatica dell’esistere, non cancella le domande più dure, non protegge dal senso di smarrimento. Anzi, talvolta lo rende ancora più acuto, perché lo espone alla luce della verità.
Ci sono stagioni in cui si prega senza sentire nulla. Si leggono parole antiche, cariche di promesse, e sembrano lontane, quasi estranee. Si continua ad andare avanti, per abitudine o per fedeltà, ma senza entusiasmo. In questi momenti, la fede non consola. Eppure resta. Come una presenza discreta, che non si impone e non si giustifica.
Restare non è poco. In un mondo che ci invita continuamente a fuggire ciò che non funziona, a cambiare strada appena qualcosa pesa, il restare diventa un atto radicale. Restare nella fede quando non dà nulla in cambio immediato è forse una delle forme più pure di verità interiore. Non perché sia eroica, ma perché è reale.
C’è una differenza profonda tra una fede cercata per ciò che offre e una fede vissuta per ciò che è. La prima è fragile: dipende dalle emozioni, dalle risposte, dai risultati visibili. La seconda è più spoglia, ma anche più solida. Non si appoggia su ciò che sente, ma su ciò che ha riconosciuto come vero, anche quando non lo percepisce.
La fede che resta nel silenzio è simile a una radice nascosta. Non si vede, non fiorisce, non attira sguardi. Ma lavora in profondità. Tiene l’anima ancorata quando tutto sembra instabile. Non impedisce la sofferenza, ma impedisce che la sofferenza diventi disperazione assoluta.
Molti abbandonano proprio qui, non perché abbiano trovato risposte migliori, ma perché il silenzio li spaventa. Eppure il silenzio non è assenza. È uno spazio. Uno spazio in cui l’uomo smette di pretendere e impara, lentamente, ad ascoltare. Non sempre qualcosa arriva. A volte no. Ma qualcosa cambia in chi resta.
Restare nella fede quando non consola significa accettare di non essere al centro. Significa riconoscere che non tutto è fatto per essere capito subito, né tanto meno controllato. È un atto di umiltà profonda, spesso non riconosciuta, nemmeno da chi la vive.
C’è una maturità silenziosa che nasce proprio qui. Non nell’entusiasmo dei primi passi, non nelle certezze dichiarate, ma nella perseveranza discreta. È una fede che non ha più bisogno di dimostrare nulla, nemmeno a se stessa. Vive, semplicemente, perché non sa vivere senza.
Forse è questa la soglia più difficile del cammino spirituale: quando la fede non è più una risposta, ma una compagnia. Non parla, non spiega, non promette. Cammina accanto. E chiede solo una cosa: di non essere abbandonata quando sembra inutile.
In questi momenti, non si tratta di fare di più, di capire di più, di sentire di più. Si tratta di restare. Con povertà, con onestà, senza maschere. Restare come si resta accanto a qualcuno che soffre: senza parole, senza soluzioni, ma presenti.
La fede che resta nel silenzio non è una fede debole. È una fede spogliata. E spesso, proprio per questo, è quella che prepara gli spazi più veri dell’incontro, quando e come verrà. Se verrà. Ma anche se non verrà, non sarà stata inutile. Avrà custodito l’anima nel tempo dell’attesa.
Angelo Freda
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